Camillo De Piaz
A cura di Bruno Ciapponi Landi www.brunociapponilandi.it
 
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Uno scritto di padre Camillo sui morti
A novembre i morti. Non avrebbe molto senso ricordarli, andare, come si dice, a trovarli, aggirarsi tra le loro tombe rileggendone i nomi e ricontemplandone le immagini se non ci fosse, soggiacente o manifesta, l’idea (o come altro si voglia chiamarla: il sentimento?) di un qualche legame perdurante tra noi e loro. Come mai, proprio nei cimiteri, capita di sentire pulsare la vita e la natura splendere con più forza? Eros e thanatos, amore e morte? I preti, che essendo a loro modo dei materialisti, non sopportano il vuoto e disdegnano le vaghezze, hanno assegnato a questo fenomeno una collocazione e attribuito un nome, “comunione dei santi”, la chiamano, proclamandola materia di fede. Materia, capite? Noi, i vivi, non saremmo che la parte emergente, la propaggine visibile di questo più vasto universo che abbraccia – diciamo così – l’aldiqua e l’aldilà. Sentirsi partecipi del quale equivale – parlo per me, credente – a sentirsi più pienamente vivi. Più vivi comunque che se ci si ritrovasse abbandonati a se stessi, gettati, lì, in questa breve vicenda di giorni (l’erba del campo di salmistica memoria, che non ha quasi fatto in tempo a crescere e già viene falciata), e il nostro orizzonte fosse chiuso in maniera impenetrabile e definitiva dalla barriera cieca e sorda della morte. Non sono tra quelli che hanno la preghiera facile (come altri il bicchiere), ma quando mi riesce è anche per chiedere che mi venga conservata la grazia di questa credenza, e conservata o ridonata a coloro che amo.

(In: Camillo De Piaz,"Il crocevia, la memoria, Articoli degli anni Ottanta-Novanta", L’officina del libro, Sondrio 1995, pp. 69-70, citato in: Giuseppe Gozzini, "Sulla frontiera. Camillo De Piaz: la resistenza, il Concilio e oltre", Scheiwiller, Milano 2006, p. 147.)
Inviato il 04/02/2010 alle ore 14:53
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