Camillo De Piaz
A cura di Bruno Ciapponi Landi www.brunociapponilandi.it
 
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P. CAMILLO RICORDATO A PONTE DOMENICA 24 GIUGNO
PONTE, CAMILLO E I CEDERNA
Parole e musica per ricordare padre Camillo nel centenario della nascita

Promosso dalla Biblioteca Comunale "Libero Della Briotta" e dal Comune di Ponte in Valtellina

Ponte, Chiesa di Sant’Ignazio, domenica 24 giugno 2018

Concerto del gruppo da camera M. Quadrio dell'IC di Ponte diretto dal m.° Luca Brandani

Testo e lettura di Bruno Ciapponi Landi:

Non sono sicuramente l’unico, fra quanti hanno conosciuto padre Camillo, a sentirmi un po’ suo figlio, ma rispetto agli altri, ho avuto il privilegio di stargli quotidianamente vicino negli anni conclusivi della sua lunga vita e di sostituire via via, con le mie, le facoltà fisiche che l’età e la malattia gli andava togliendo: dalla capacità di leggere a quella di parlare. Accompagnatore, segretario, infermiere, mediatore fra le donne che lo accudivano, amico, con quello che per Camillo significava l’amicizia, concetto per lui quasi pari alla fraternità. Padre Camillo, di cui ricorre il centenario della nascita, è stato un protagonista del tempo in cui ha vissuto e un personaggio di primo piano del mondo cattolico progressista. Era stato un ottimo studente di liceo tanto che venne inviato a Roma a proseguire gli studi nella facoltà teologica dei Servi di Maria e, una volta sacerdote, assegnato al convento di Milano perché potesse frequentare, con il confratello ed amico David Maria Turoldo, l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Diversissimi per temperamento (prorompente e tonante Davide, taciturno e riflessivo Camillo) erano tuttavia complementari e non mancarono di mettere a frutto questa condizione nella fraternità operosa che li legò per tutta la vita per distanti che fossero stati fisicamente.

È all’università che i padri Davide e Camillo fecero gli incontri che avrebbero orientato il resto delle loro vite. Fra i docenti, il filosofo Gustavo Bontadini, lo storico del teatro Mario Apollonio e i suoi assistenti Luigi Santucci e Angelo Romanò. In questo ambito maturò il loro antifascismo che li portò ad occuparsi, per incarico del CNL, delle famiglie dei carcerati politici e a offrire rifugio ai perseguitati nelle stanze del convento di San Carlo affacciate sui tetti del quartiere, ottima via di fuga anche dal dormitorio di fortuna ricavato sul cornicione della basilica. Decisive furono per loro due altre esperienze: la partecipazione al gruppo di docenti e studenti della Cattolica che animò il giornale clandestino “L’uomo” e l’istituzione presso il convento del Fronte della Gioventù di Eugenio Curiel, che riuniva giovani cattolici e comunisti nella decisiva comune battaglia contro il nazifascismo. A cose fatte la chiesa milanese e l’università non mancarono di gloriarsi di questi suoi due campioni, l’una incaricandoli della predicazione nelle messe domenicali più frequentate in duomo, l’altra riservando loro un elogio nel discorso di apertura dell’anno accademico nell’ottobre del 1945.

Dopo la guerra la loro opera si concentrò nell’animazione della Corsia dei Servi, l’associazione laico-religiosa che avevano fondato, con la omonima libreria, presso la Basilica di San Carlo. Sarà un laboratorio per incontri fra credenti e non credenti (o, meglio, fra quelli che credono di credere e quelli che credono di non credere, come diceva padre Davide).
L’iniziativa di don Zeno Saltini che aveva occupato il campo di concentramento abbandonato di Fossoli per dare un tetto agli orfani e spazio di carità ai volontari e all’utopia di Nomadelfia (la città della fraternità) li convinse e li coinvolse. Davide, che aveva udienza presso la borghesia industriale milanese, riuscì a ottenere il sostegno economico decisivo per la sopravvivenza, ma l’iniziativa, per quanto condivisa dall’arcivescovo Schuster, fu decisamente avversata dal potente Santo Uffizio del cardinale Ottaviani che ordinò l’allontanamento da Milano dei due frati. Davide peregrinò fra Londra, Stati Uniti e Canadà, a Camillo fu lasciato scegliere dove andare e scelse il convento del suo paese. Alla Corsia ritorneranno entrambi portati dal vento dello Spirito del pontificato di Giovanni XXIII e del Concilio. Fu una stagione straordinaria di vitalità per gli argomenti in discussione e per la disponibilità a venirne a parlare di autorevoli uomini di Chiesa di vari orientamenti. Si susseguirono cardinali, vescovi, superiori generali, teologi, abati, osservatori conciliari, di varie nazionalità rappresentanti dei vari fermenti della primavera che aveva rianimato la Chiesa o, almeno, le speranze.

Non so quando Camillo conobbe i Cederna, ma è assai probabile che la conoscenza sia passata tramite la signora Ersilia e le sue aperture di ambito religioso, non ultimo il suo sostegno all’impegno di don Zeno e padre Davide per Nomadelfia. Comunque si siano conosciuti quello che li univa erano gli ideali, il livello culturale, l’essere entrambi valtellinesi e milanesi al tempo stesso, oltre che essere entrambi laici. Laico un frate? vi chiederete, sì, perché, come lui stesso affermava, la sua condizione di religioso, di sacerdote non aveva sradicato in lui l’originaria condizione di laico.
Un vero culto per padre Camillo, era l’amicizia, importante quanto il rispetto dovuto all’altro, mai guardato dall’alto di un sapere o di una condizione, men che meno da quella di sacerdote.
Questo modo di porsi e di pensare credo sia stato alla base del rapporto con i Cederna.

Doveva essere l’estate del 1958, quando sentii per la prima volta parlare di Camillo De Piaz e di Antonio Cederna. Avevo allora 13 anni, loro una quarantina. Mi trovavo a San Bernardo nella bottega estiva che la Libia gestiva lassù, circostanza che le conferiva dignità e ruolo di riferimento per tutta la comunità villeggiante. Per questo teneva anche le chiavi della piccola chiesa. Mi pare ancora di sentirla narrare la sua imprevista conoscenza di Camillo. Antonio Cederna (che chiamava Tonino) era andato da lei insieme a un bel giovanotto in pantaloni corti di nome Camillo per ottenere le chiavi della chiesa per dir messa l’indomani. Alla sua domanda su chi l’avrebbe celebrata, il giovanotto in pantaloni corti aveva risposto (probabilmente pregustando lo stupore dell’interlocutrice): “io”. A quel tempo preti e frati non uscivano di casa senza la loro tonaca, ma portare novità a san Bernardo e a Ponte era una vecchia passione dei Cederna, Camilla in testa.

E a portar novità in valle non aveva scherzato il capostipite Antonio, garibaldino, industriale tessile, grande promotore dell’alpinismo a Milano e in Valtellina, non meno che del turismo termale ai Bagni di Bormio. Era cavaliere del lavoro, onorificenza rara ancor oggi, e doveva avere avuto un ruolo anche nella fondazione della squadra calcistica del Milan, posto che il figlio Giulio, che risulta fra i fondatori, aveva allora solo vent’anni. A San Bernardo aveva promosso una imponente piantumazione che aveva cancellato la grande prateria preesistente. Era stato magna pars anche nell’associazione dei Valtelliensi a Milano e della Pro Valtellina, nella forma primitiva di associazione di promozione turistica. Non aveva mai cessato di amare la sua terra d’origine e i pregi ambientali del suo paese. Sulla sua fossa nel cimitero di Ponte intervenne, fra gli altri Alfredo Corti, autorevole accademico, grande conoscitore delle nostre montagne e autore di un insuperato libro sulle Orobie, che esordì richiamando l’attenzione sullo splendido paesaggio orobico al cospetto del quale il Cederna si accomiatava dal mondo e dai suoi.

La mia frequentazione reale di casa Cederna fu quasi sempre in compagnia di padre Camillo, ma quella casa era già presente nella mia fantasia perché un mio stretto familiare, collezionista d’arte che era amico di Leonardo Borgese, il marito di Maria Sofia Cederna, era spesso ospite loro. Una volta tornato a casa (un po’ euforico) ci relazionava sulla visita e sugli argomenti delle conversazioni. Io ero troppo piccolo per condividere, ma ero affascinato dal racconto. E la mia fantasia galoppava in quella specie di castello fatato abitato dal principe Giuseppe e dalle principessine Giulia e Giovanna.
L’ambiente che conobbi poi frequentando casa Cederna era impregnato del fascino del passato reso attuale dalla splendida figura serenamente matriarcale di Ersilia Gabba, vedova di Giulio Cederna e madre di Maria Sofia, Camilla, Luisa e Antonio. Da giovane non era stata insensibile a qualche fermento intellettuale della chiesa milanese. Proveniva da una famiglia dell’alta borghesia intellettuale e si era laureata in germanistica in tempi in cui anche le donne del suo ceto raramente andavano oltre le magistrali. L’interesse per la lingua e per il mondo germanico lo aveva tramandato alla figlia Maria Sofia. Era bello vederla sferruzzare alla tenue luce del grande lampadario nel cuore della casa dove d’estate i due rami della famiglia e le varie derivazioni tornavano a riunirsi. Era circondata da grande rispetto non meno che da un affetto, tanto contenuto nelle manifestazioni, quanto assolutamente avvertibile.

L’arrivo dei Cederna a Ponte e a San Bernardo scandiva le stagioni della piccola storia locale. La differenza di ceto, indubbiamente avvertibile, era percorsa dalle tante conoscenze a cui costringe la vita di paese e da una rete di affezionati collaboratori. Casa Cederna poi era d’estate un incredibile concentramento di personaggi. Da Camilla, nota giornalista e scrittrice, a Maria Sofia con il marito Leonardo Borgese, critico d’arte del Corriere della Sera, all’Antonio, firma prestigiosa dello stesso quotidiano e deputato al Parlamento, e giù giù fino all’attore Giuseppe figlio di Antonio e di Maria Grazia, alla Giulia e alla Giovanna Borgese, giornalista l’una, nota fotografa l’altra.

Da sempre in casa Cederna erano ospiti gli amici, spesso personalità autorevoli. A San Bernardo era stato ospite addirittura un futuro papa, mons. Achille Ratti, allora dottore dell’Ambrosiana di cui divenne prefetto prima della nomina ad arcivescovo di Milano. Alpinista appassionato era figlio del direttore di un’azienda tessile di Desio, lo stesso ramo imprenditoriale dei Cederna.

Ai tempi della mia frequentazione gli ospiti amici erano quelli dei nipoti. Di Camilla, giornalista d’attacco e polemista coraggiosa, è stata fra le prime donne in Italia ad affermarsi in una professione allora quasi esclusivamente maschile. A Ponte aveva conosciuto anche l’arresto per antifascismo. La incontrai poche volte, per lo più nel ruolo di figlia affettuosa, ma vissi da vicino le ansie riflesse su padre Camillo per le conseguenze, talvolta pesanti, delle coraggiose battaglie moralizzatrici che ingaggiò (ricordo i casi Pinelli, e Leone). Camillo le era stato vicino nelle cupe aule dei tribunali in cui l’avevano trascinata. L’incontro più bello che ebbi con lei fu l’ultimo. Avevo saputo che non aveva più neppure una copia di un suo vecchio libro che io conservavo gelosamente, perché suo e per l’argomento. Era intitolato “Museo frivolo” ed era un divertente saggio di colta ironia. Decisi di donargli la mia copia. Gli anni le avevano indebolito la memoria e aveva dimenticato d’averlo scritto. L’incontro inatteso con questo suo figliolo cartaceo, che riemergeva dal crescente oblio, mi sembrò averla fatta felice, tanto la sua faccia, sconvolta dalle rughe si era illuminata riverberando i tratti della nobile bellezza e del fascino di un tempo.

Dopo la madre, era Maria Sofia, la leader di casa. Il suo legame con Ponte si era rinsaldato con lo sfollamento a Ponte da Milano a causa dei bombardamenti. Un allontanamento dal capoluogo lombardo reso probabilmente opportuno anche dal manifesto antifascismo del marito Leonardo Borgese, che allora tirava a campare facendo il pittore. Era figlio del grande critico e letterato Giuseppe Antonio esule a sua volta negli Stati Uniti per sottrarsi alle persecuzioni del regime.
Da qualche anno nella sala dell’Associazione anziani di Ponte c’è un grande quadro donato dalla famiglia in memoria di Leonardo, che raffigura un presepe ambientato in paese che dipinse durante la guerra per i suoi figlioli.
Fra i ricordi più cari che ho di Maria Sofia Cederna c’è la ricerca che feci con lei, nelle segrete della casa, dei materiali che volle donare al sorgente Museo etnografico tiranese, ed anche di quanto si spese perché qualche amica facesse altrettanto e, ancora, del generoso concreto sostegno che diede per assicurare a padre Camillo la possibilità di passare nella sua Tirano i suoi ultimi giorni.

Riguardo ad Antonio le conversazioni con padre Camillo sono ciò che più ricordo dei nostri ricorrenti incontri estivi. L’argomento prevalente era la tutela dell’ambiente e dei beni culturali, oggi fortunatamente di grande attualità. A quel tempo Cederna era un isolato, le sue campagne di sensibilizzazione erano vissute qui come nemiche del progresso.
Condivideva con padre Camillo il destino di chi ha ragione troppo presto. Anche lui fu un sostenitore convinto della raccolta museale che, con l’appoggio di padre Camillo, andavo raccogliendo e che sfociò nella fondazione del Museo Etnografico Tiranese, alla cui inaugurazione Antonio dedicò un bell’articolo sul Corriere della Sera.

Concludo questo mi amarcord ricordando anzitutto i cugini dell’altro ramo della famiglia che condivide la casa: il Carluccio, il Giuseppe, il Chichi, l’Anna e suo marito Gianni Comencini, cofondatore della Cineteca Italiana. Carluccio, cattolico praticante e frequentatore della Corsia, condivideva con padre Camillo anche l’ambito di lavoro, che per lui era l’editoria, per Camillo i ruoli di traduttore e di lettore delle proposte editoriali di cui doveva giudicare il valore letterario per conto degli editori. L’amicizia correva anche sul filo sottile della fede condivisa e dell’interesse per la teologia.

Poi fu la volta di una nuova generazione e arrivarono i Sorteni e gli Stajano, sposi delle figlie di Maria Sofia e di Leonardo Borgese, Giulia e Giovanna, entrambi giornalisti. Marco Sorteni, morì prematuramente e Corrado Stajano, scrittore e senatore è felicemente in vita. A padre Camillo erano tutti legati da sincera amicizia, in una specie di successione ereditaria di certo favorita dalla sostanziale identità di fondo delle vedute, di pensiero o, almeno di scelte di campo.

Un po’ più tardi arrivarono anche i figli di Antonio e di Maria Grazia, Giuseppe, Camilla e Giulio. Oggi è Giuseppe a tenere accesa la fiaccola delle memorie nella vecchia casa di Ponte, buen ritiro delle sue tournée. Camillo, come si suole dire, lo ha visto nascere, ma anche crescere e affermarsi. La sua figura, la sua frequentazione assidua della casa e della famiglia è bene impressa nella mente di Giuseppe e lo costituisce testimone privilegiato di una storia e di un mondo, inesorabilmente vivo soltanto nelle memorie (che non è tuttavia poca cosa).

In quella estate del 1948, quando con mia madre venni a villeggiare a Ponte, la mediazione dell’amica di famiglia Emma Guicciardi mi aveva dischiuso non pochi portoni di case e palazzi, almeno quel tanto che permettesse di vedere scaloni e fior di soffitti dipinti: i vari Guicciardi: i Cavalier, i Bovida, i Petrugiorsc; i vari Quadrio: i Peranda, i De Maria, gli Aristarchi e i Brunasi; i Pontiggia, i Piazzi, i Giacomoni, ma non casa Cederna, forse fuori dal giro di Emma. Oggi è quella che conosco meglio e nella parte più viva di essa, che è la sua capacità di rievocare mondi perduti, vivi solo nel ricordo, nella memoria, incredibile risorsa dell’uomo e tenue prova della sua immortalità.




Inviato il 02/07/2018 alle ore 06:51
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