Camillo De Piaz
A cura di Bruno Ciapponi Landi www.brunociapponilandi.it
 
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2019
 
Quei Davide e Golia versione Valtellina [Tomaso Sambrizzi]," L'Ordine" 28.07.2019 p.3, CIAPPONI LANDI Bruno, , 2019, p.
 
 
 
 
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Quei Davide e Golia versione Valtellina. Tra le storie dell’ emigrazione da ricordare, quella di Tomaso Sambrizzi da Tirano che a 14 anni attentò alla vita del generale ed ex presidente argentino Roca. Ritrovata un’intervista del padre che ne prese le difese. Il ragazzo fece tutto da solo informando solo il fratello più piccolo. Il colpo non fu letale. L’Ordine 28 luglio 2019
Le vicende dei numerosissimi nostri emigranti, persino di quelli che hanno fatto fortuna, non hanno avuto in valle un riscontro adeguato nella memoria popolare, se non nei casi più eclatanti di grandi benefattori, come Tomaso Ambrosetti e John Silvani o di Umberto Illia, benemerito presidente della Repubblica Argentina. L’oblio include anche i casi eccezionali come quello del quattordicenne Tomaso Sambrizzi, apprendista sellaio, che il 23 febbraio 1891 a Buenos Aires attentò alla vita dell’ex presidente della Repubblica, il generale Julio Roca che, lasciata la presidenza al cognato Miguel Angel Celman, era rimasto nel governo, anche dopo la sua caduta, come ministro dell’Interno. Tomaso Sambrizzi era nato a Tirano nel 1876, come risulta dal registro d’anagrafe, nel quale il cognome è peraltro modificato in Zambrizio. Suo padre Giuseppe era un vetturale delle diligenze di 31 anni e la mamma, Teresa Marianna Canclini era sarta. La famiglia benché, residente in Valdisotto, abitava per ragioni di lavoro a Tirano, in via Capo di Terra, a pochi passi dalla parrocchiale. Dalle annotazioni apportate all’atto di nascita apprendiamo che Tomaso si sposò nel 1902 a Buenos Aires e che morì nel 1935, a San Juan, dove viveva. Nella trascrizione dell’atto nel registro di Valdisotto, venne anzitutto corretto il cognome in Sambrizzi, il nome del padre venne completato con l’aggiunta del secondo e terzo nome (Corrado Antonio), l’indicazione della sua nascita a Valdisotto il 21 settembre 1844, della residenza nella frazione di Morignone, con la moglie, che era nata nel 1848 a Valdidentro, dove si erano sposati il 14 maggio1869. L’8 giugno 1886 la famiglia lasciò Tirano per Bormio, dove non rimase a lungo, posto che, verso la fine degli anni Ottanta, i Sambrizzi raggiungono Buenos Aires dove, dopo una sosta di un paio di giorni nell’albergo degli immigrati, trovarono lavoro, condizione necessaria per abbandonarlo. Il padre Giuseppe e Tomaso (ora Thomas, che aveva circa quattordici anni), lo trovarono subito. La solidarietà fra gli emigrati era molto forte ed era facile fare amicizia. Il contatto con gli altri lavoratori avvicinò Tomaso alla politica, in un periodo in cui si diffondevano le idee anarchiche, soprattutto tra gli italiani. Il giovane faceva parte del gruppo politico che riteneva il generale Roca responsabile di tutti i mali del paese ed aveva quindi maturato la convinzione che con la sua morte si sarebbero risolti i problemi dell’Argentina. Con il fratello Eduardo e l’amico Octavio Palacios (fratello del primo deputato socialista argentino Alfredo Palacios), decise di passare all’azione. Nel pomeriggio del 19 febbraio 1891 i tre, che avevano acquistato un vecchio revolver, attesero che il generale uscisse in auto dal ministero e Tommaso sparò sulla vettura. Il proiettile l’attraversò e i danni si limitarono alla carrozzeria e a qualche graffio su una natica del generale. I ragazzi furono fermati dalla polizia, ma solo Tomaso, che era il più grande, venne arrestato. Fu presto rilasciato, ma tornò (o dovette tornare) in Italia, accompagnato dal padre. Una volta in valle cercò inutilmente lavoro in Svizzera e, dopo qualche tempo, decise di tornare in Argentina dove, secondo alcuni, il reato compiuto si era prescritto. Non si capisce però, se così fosse, perché abbia vissuto dieci anni ad Entre Rios sotto il falso nome di Mario Schena. Di certo fu perdonato, quanto meno dopo la pubblica dichiarazione di pentimento comparsa sul quotidiano “El Litoral”, posto che, dopo la pubblicazione, con tanto di scuse alla vittima dell’attentato, poté tornare a Buenos Aires. Dal suo matrimonio con Caterina Angelini nacquero a Buenos Aires, dove ancora vivono i suoi eredi, i loro sei figli: Armando, Mario, Corina "Rina", Jose, Giulio. È interessante l’articolo pubblicata da “Il contadino valtellinese” del 31 luglio 1891 col titolo. “Il piccolo Orsini valtellinese, intervista al padre di Tomaso Sambrizzi” , che ricostruisce la vicenda: “Venerdì scorso rimpatriava il noto Sambrizzi Plestifer di Bormio, il giovinetto quattordicenne che mesi orsono ebbe ad attentare a Buenos Ayres alla vita del Generale Roca, ministro della Guerra della Repubblica Argentina. Giunse in Patria assieme al padre ed un fratello minore, piccino, ma piccino assai di corpo, ma non già d’ardimento pur esso. Il nostro protagonista, di statura ordinaria, viso franco, aria quasi da inspirato, più che da cospiratore. Studia da sé giorno e notte non avendo avuto che i primi rudimenti dell’istruzione. Ecco la genuina esposizione dell’intervista avuto col padre dello stesso. Dom. Ditemi caro Sambrizzi quale fu il motivo che indusse vostro figlio a quel passo, vorrei dire temerario, anziché ardimentoso? Risp. Quello semplicemente di liberare la paria adottiva dal tiranno. Dom. Scusate, ma vostro figlio sarà stato istigato o da una società segreta, da un’associazione, da rivoltosi, o che so io? Risp. Niente affatto, la voce pubblica indicava il Generale Roca, quale cagione di tutti i mali onde va afflitta quella, una volta, sì florida Repubblica, e mio figlio, un po’ ispirato da quella, un po’ l’assidua lettura dei giornali, cui giorno e notte teneva dietro alle varie vicende, si fissò in mente di voler essere il liberatore di tanti infelici. Dom. In famiglia avrà manifestato il suo progetto? Risp. La si immagini, se da noi avesse trapelato qualcosa lo si avrebbe tosto affidato ad un bastimento e fatto ricondurre in patria. Alla sordina poté risparmiare tanto da comperarsi un revolver con la relativa munizione, e messo alla fine a parte di sua idea questo piccolo gnarello che vede là (un suo fratello in sui 10 o 12 anni) per tre giorni consecutivi si stettero in agguato sui corsi della Capitale, in attesa della selvaggina. Dom. Se il caso non fosse orribile, comincia quasi ad entrarmi ammirazione per tanto ardire e tanta costanza in si teneri petti. Risp. Passa finalmente il cocchio e i due monelli si accingono al fatto. Il Roca certamente cadeva fulminato, ma trovandosi al di lui fianco altro personaggio , che mio figlio a suo mo’ di vedere reputava innocente, tirò alquanto basso. Fortuna volle che una lastrina di ferro facesse deviare alquanto il proiettile, che tuttavia penetrò al generale al basso ventre, rompendogli la corazza e facendogli spillare sangue. Fermato il cocchio il piccino, scorgendo il generale illeso o quasi, si parò dinnanzi ed animò il fratello ad un secondo colpo. Se l’arma avesse fatto fuoco mio figlio sarebbe l’assassino del ministro. Dom. Che dite assassino? Bisogna ponderare innanzi che ruminava in sua mente vostro figlio. Egli avrà creduto di fare un’opera meritoria, Ma lasciamo ciò e ditemi come andò poscia. Risp. Come doveva succedere! Venne assicurato alla giustizia né lui solo, ma tutta la famiglia e fu solo dietro l’interposizione di autorevoli persone e l’opera di ben sei celebrità del foro se noi potemmo ricuperare subito la libertà, e il figlio in capo a quattro mesi; né io vi so dire con quanto dispendio. Dom. E perché lasciaste poi quelle terre? Risp. Dopo due giorni di libertà veniva spiccato altro mandato di cattura pel figlio; avvisati a tempo, chi per una via, chi per l’altra, si prese il largo, onde evitare la tragica fine del Conte Ugolino. Sostammo a Montevideo, ed ora siamo qui. Dom. Il figlio sarà ben ravveduto del suo giovanile traviamento? Risp. In tutti i mille esami sostenuti davanti il giudice di non altro ebbe a lamentarsi che… Adesso poi qui mi pone alle strette onde lo collochi in qualche collegio militare, diversamente attende ritornare in quelle terre, voltaché accada un cambiamento di governo. Una bella intervista, che rivela un padre saggio ed equilibrato probabilmente reso abile nelle risposte dagli interrogatori subiti in Argentina. In ogni caso va riconosciuto che chi affibbiò a Tomaso il nomignolo di Peštìfer (pestifero) aveva avuto buon occhio.



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